L’inusitata maldestria del senatore

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Il primo a capire l’antifona fu Domenico Di Resta, fulminato nella corsa alle regionali finite poi con lo sciagurato suicidio politico di Piero Marrazzo. Poi fu la volta di Giorgio De Marchis, a cui andarono di traverso le primarie da candidato sindaco per Latina. Sempre a De Marchis, poco dopo, toccò inghiottire il boccone amaro nella disgraziata partita per le regionali del post scandalo del Lazio, questa volta vedendosi sfilare per un pugno di voti dall’ariete Enrico Forte. Ne sa qualcosa pure Sesa Amici, perché due sono anche le sue volte all’attivo: la prima, nella partita per le “parlamentarie” democratiche, e la seconda, vedendosi incoronare Salvatore La Penna segretario provinciale del Pd praticamente sotto al naso. E, va da sé, ob torto collo. Perfino il gruppetto dei renziani della prima ora non è stato risparmiato: quelli, per capirsi, che giuravano che il marchio Renzi a Latina fosse roba loro, e che figurarsi se lui avesse potuto appropriarsene così, senza passare prima sul loro cadavere. Pure loro, in un silenzio quasi imbarazzante, spazzati via come da un soffio di vento.

Perché anni dopo, lui, Claudio Moscardelli, non solo di quel marchio se n’è appropriato, ma ne dispone pure come diavolo gli pare. Come di tutto il Pd pontino, del resto. Conquistato passando letteralmente sopra a tutti i suoi più temibili avversari interni. Uno dopo l’altro li ha depotenziati tutti Moscardelli, fino a renderli inoffensivi. E in qualche caso, persino obbedienti.

paolo galanteEcco perché non dovrebbe stupire poi più di tanto vederlo ancora una volta in prima linea, oggi, a giocarsi la carta Paolo Galante nelle primarie per il candidato sindaco Pd conto l’ala rappresentata da Enrico Forte.

In fondo questa non è per Claudio Moscardelli che l’ultima battaglia in nome di quel partito a sua immagine e somiglianza che pure con qualche eccezione è riuscito a cucirsi intorno.

E non dovrebbe poi meravigliare neppure la reiterata visione machiavellica di questo Pd moscardelliano che sceglie il suo principe guardandosi allo specchio.

Come non sorprende vedere il senatore molto più a suo agio nel provare a inchiodare spalle al muro colleghi di partito, piuttosto che colleghi senatori in commissione antimafia.

Niente di tutto questo desta perplessità pensando a Moscardelli. A lasciare sgomenti, infatti, stavolta, sono più che altro i toni – aspri, velenosi, eccessivi – con cui il senatore di tanto in tanto rinfocola il dibattito e spesso cerca lo scontro in nome e per conto di quell’idea di partito che va inseguendo, con successo, da ormai parecchio tempo.

Perché se per un attimo si smettesse di fingere di credere che è di avversari che si sta parlando, quello che resta sullo sfondo è l’immagine di una intera classe politica, quello democratica, letteralmente massacrata, animata da logiche fratricide e pure piuttosto torbida. In una parola: inaffidabile.

Ecco da dove viene questo domandarsi se stavolta Claudio Moscardelli non abbia davvero sbagliato qualcosa, nella sua proverbiale e fino ad oggi efficacissima capacità strategica. Se non nei modi, quantomeno nei toni coi quali sta conducendo questa ennesima crociata interna al PD pontino.

Se non gli sia insomma davvero sfuggito qualcosa, magari forse solo un po’ di autocontrollo.

Perché ad accomunare le sorti infauste toccate nell’ordine a Di Resta, De Marchis, Amici, fino ai “leopoldini” della prima ora, c’era parso di intravedere come una specie di filo rosso. Il filo sottile tessuto da un abile stratega che alla sostanza, distruggere chiunque si fosse messo di traverso al suo progetto, univa pure una certa forma (per dire, alcuni tra gli elencati non si sono ancora resi conto di cosa gli sia veramente passato addosso).

Stavolta invece pare che il principio della forma, che permetteva a Moscardelli di uscirne – almeno all’esterno – con la veste sempre immacolata, sia saltato completamente.

E con lui, forse, pure un po’ la tenuta futura del piddì di Latina.

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