Aprilia, all’asta i locali ex Flavia. L’amministrazione incontrerà gli occupanti

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Una vendita all’asta contestata, che mette l’esecutivo in condizione di cercare una soluzione per le 16 famiglie che da 9 anni occupano gli uffici dell’ex Flavia di via Inghilterra. Dopo la protesta dei residenti degli uffici che il 4 dicembre verranno venduti all’asta, esplosa durante il consiglio comunale di giovedì scorso, l’amministrazione, con la riunione fissata per giovedì prossimo, dovrà tentare di trovare una soluzione a situazioni di disagio sociale manifestate dalle stesse famiglie che 9 anni fa, mosse dalla disperazione, occuparono gli uffici della ex Flavia autodenunciandosi alla Polizia Locale. Un nodo difficile da sciogliere. Da un lato l’amministrazione, attraverso la vendita, cerca di risolvere i problemi di liquidità dell’ente, eliminando spese di manutenzione non indifferenti. Dall’altra, il tentativo di sanare una situazione irregolare che si protrae da un decennio, rischia di privare 16 famiglie, quasi tutte con minori a carico, di un posto dove stare, locali commerciali trasformati e riadattati ad abitazione da parte dei nuclei famigliari che, dopo la speranza di poter regolarizzare la propria posizione pagando un canone di affitto al comune, ipotesi ventilata dall’ente nel 2014, come un fulmine a ciel sereno hanno appreso dell’imminente vendita. L’incontro con le famiglie, previsto per giovedì prossimo, dovrebbe servire a vagliare le singole posizioni degli occupanti, nel tentativo di cercare una soluzione. “Non è facile ad oggi offrire una risposta adeguata- spiega l’assessore Eva Torselli- poiché abbiamo a che fare con situazioni difficili, dove l’emergenza abitativa si coniuga anche a difficoltà dal punto di vista economico ed occupazionale. Il primo passo sarà quello di cercare di capire se almeno una parte delle persone che vivono all’interno degli uffici siano in grado di poter sostenere il pagamento mensile di un canone d’affitto in un’altra abitazione. In quel caso potrebbero accedere al fondo antisfratto stanziato dall’amministrazione. L’esecutivo deve pensare a queste famiglie, ma non può dimenticare le altre, ad oggi in lista di attesa per poter ricevere un alloggio popolare. Una lista cresciuta ancora, fino a contare 617 famiglie”. L’incontro di giovedì, oltre a permettere di conoscere la situazione economica delle famiglie che risiedono nell’immobile messo all’asta, aiuterà l’esecutivo a comprendere se tra queste vi siano persone già in lista di attesa.  “Tra un anno e mezzo circa- commenta il sindaco Antonio Terra- i nuovi alloggi Ater saranno pronti. Dobbiamo capire se anche tra gli occupanti figurino persone che hanno presentato regolare richiesta. Come amministrazione non potevamo prendere una decisione diversa. Il problema esiste e va risolto, ma il Comune non poteva continuare a farsi carico di una struttura che comporta spese di manutenzione costanti e nessun vantaggio per l’ente”. La protesta delle famiglie aveva fatto emergere una situazione di disagio difficilmente sanabile. “Stanno mettendo all’asta il posto in cui viviamo da nove anni- hanno dichiarato gli occupanti dopo la protesta in consiglio, quando hanno interrotto i lavori imbracciando dei cartelloni per rivendicare il diritto alla casa- senza offrirci una soluzione valida e dopo averci promesso di regolarizzare la nostra posizione. Non abbiamo soldi per comprare quegli appartamenti, ma l’amministrazione ci mette davanti al fatto compiuto, ci mette in strada insieme ai nostri figli. Cosa c’è di giusto in tutto questo. Nove anni fa abbiamo occupato gli uffici al secondo piano perché non avevamo un posto dove stare. Ci siamo autodenunciati, i vigili hanno effettuato un sopralluogo, dopo di che abbiamo cercato di trasformare in casa gli uffici. Siamo stati accusati di aver portato la distruzione, ma di fatto quei locali erano utilizzati come discarica. Lo scorso anno dal comune è pervenuto un documento dall’ufficio lavori pubblici che ci invitava a presentarci in comune per poter regolarizzare la nostra posizione, sottoscrivendo un contratto di affitto oppure optando per l’acquisto dell’immobile. Eravamo disponibili a pagare l’affitto per poter restare, ora invece il comune ha deciso di vendere l’immobile, senza pensare alla sorte delle persone presenti all’interno. Non abbiamo 100 mila euro, la cifra chiesta dall’amministrazione per poter riscattare i locali. Conoscevano tutti la nostra situazione, ma hanno voluto aggirare il problema”. La disperazione, dettata dal rischio concreto di ritrovarsi in strada qualora i locali trovino un acquirente, si contrappone alla volontà dell’ente di fare ordine su una materia dove da troppi anni regna il caos.

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