Latina e il voto, quei leghismi che non lo erano

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Umberto Fusco

Le locandine dei giornali locali gridano all’emorragia. Ma di sangue, alla Lega, Latina non ne ha poi mai veramente dato granché. E forse non ne darà neanche stavolta. Malgrado qualcuno ci stia provando. Come sempre, del resto, a ogni occasione utile. Come sempre, da quando almeno si è instaurato nella testa di molti in Italia che la Lega – o quell’agglomerato populista che della vecchia Lega ha raccolto l’eredità e qualche voto – potesse assurgere a riferimento per una certa platea nostalgica, o, anche, a una nuova idea di destra sociale.

Niente di tutto questo, naturalmente, è quello che poi s’è verificato nella realtà. E a Latina lo sanno bene. A Latina, dove ogni tentativo di instillare il culto del Carroccio è sempre, sistematicamente, fallito sotto l’impietosa evidenza di dimensioni da microscopio elettronico. Quello di una certa idea di leghismo in salsa pontina è sempre stata infatti una fantasia buona per fare i titoli di giornali. Ma, appunto, giusto quelli. Perché poi, dalla scelta dei portabandiera fino alla conta dei voti, è sempre stato un calvario.

Giusto Zaia, ormai qualche annetto fa, sembrava essere riuscito a scaldare un po’ i cuori dei pontini. Ma era un periodo storico piuttosto inusuale. Latina e la sua provincia cominciavano ad accusare il peso delle prime scottature della politica (intesa come classe dirigente) e, sull’onda di un ottimo momento in ambito nazionale, l’ex ministro dell’agricoltura venne a fare il pieno in qualche comparsata fuori Roma. Pieno di anime, che non si tradusse però mai in termini elettorali. Con buona pace di chi allora gonfiò il petto per avercelo portato, Zaia, in palude.

Alberto Panzarini è uno di questi. Cioè uno dei poveretti a cui è toccato in sorte il pesante carico di frustrazione per aver incarnato “i verdi” in terra pontina in qualche sciagurata campagna elettorale. Scaricato perfino dalla base, a un certo punto, pur di restare in orbita leghista, fondò e portò al naufragio un movimento ispirato a sua immagine e somiglianza e che, di leghista, portava giusto il nome. “Lega Federalista” si chiamava infatti, e se in pochi se lo ricordano a Latina è perché a pochissimi feticisti del voto continuano a interessare percentuali da zerovirgola anni dopo le urne. Per niente debilitato da questi tonfi elettorali e d’immagine (un altro al posto suo avrebbe fatto perdere alla svelta le proprie tracce, invocando il diritto all’oblio), Panzarini, comunque, ci riprova. Ancora una volta bussando dalla porta di servizio. Stavolta brandendo la clava di “Fare con Tosi”, perché – evidentemente – il verde continua a piacergli. Compreso quello sbiadito.

Ma Alberto Panzarini non è mica il solo. I tipi di “Noi con Salvini”, cioè quelli che in una ipotetica sacra rappresentazione della Lega attuale sarebbero quelli seduti alla destra del padre, saranno anche loro della partita delle amministrative in provincia di Latina. Dal capoluogo a Terracina l’esperimento leghista pensato per raccogliere voti al sud presenterà candidati propri. Ma l’antifona pare essere chiara da subito per il movimento del segretario provinciale Umberto Fusco. Dopo una prima fase di consenso (almeno sulla carta), Ncs sta facendo già da tempo la conta delle defezioni. Messi insieme due tre nomi raccattati qui e lì, il lavoro del segretario provinciale Fusco, dopo gli entusiasmi di gennaio, ha già virato verso un obiettivo più onesto: contenere i danni. Peccato però che siamo ancora a due mesi dal voto. Di questo passo, c’è da domandarsi infatti se, visti i precedenti, vale ancora la pena presentare le liste.

Altro che speranza, a Latina il verde è da sempre sinonimo di iattura.

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