Donatore di sangue infetto non fermato, Ministero condannato a risarcire un 47enne di Sermoneta

L'ospedale Santa Maria Goretti di Latina
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Dopo una lunga battaglia, a 30 anni dalle trasfusioni infette, un 47enne di Sermoneta, ha ottenuto giustizia dalla Corte di Appello di Roma con la sentenza n. 6725/2017 che ha rovesciato quella del Tribunale di Roma.

Secondo la Corte il Tribunale “era incorso però in un errore materiale nell’individuare” il termine da cui iniziavano a decorrere i 5 anni di prescrizione per iniziare la causa al Ministero della Salute. Era stato preso in considerazione la decorrenza a partire dal giorno in cui la vittima si era accorto di essere infetto dal virus dell’epatite C, nel 2000.

Accogliendo la tesi dell’avvocato Renato Mattarelli, che ha assistito l’uomo di Sermoneta, la Corte d’appello di Roma ha invece affermato che, per iniziare a decorrere la prescrizione, non è sufficiente che il paziente sappia di aver contratto un virus ma è necessario che egli sappia anche che quell’infezione dipenda proprio da quelle trasfusioni di sangue e che il contagio da sangue infetto dipenda dalla colpa di chi ha raccolto e somministrato il sangue e non si tratti quindi di una tragica fatalità.

Il legale dell’uomo di Sermoneta ha chiesto ed ottenuto che il perito medico legale nominato dalla Corte ottenesse dall’Asl di Latina le schede dei donatori delle sacche di sangue trasfuse da cui è risultato che alcuni donatori non erano più rintracciabili e che un donatore “per motivi non noti ed imprecisati, è stato sottoposto ad indagini di predonazione, procedura e prassi inusuali con la Legge quadro 107/1990, dalle quali si evinceva positività all’antigene C 22 dell’ HCV. Il donatore, da tale data, è stato sospeso definitivamente dal circuito di donazione del sangue” e un altro “ha nuovamente donato in data 28.11.1990; in tale circostanza, gli esami di legge, previsti dalla Legge quadro 107/1990, ovvero HBsAg, HIV 1 e 2 Anticorpi, TPHA, HCV-RNA mostravano esito negativo, tranne HCV-Anticorpi: Positivo, pertanto tale donatore, da tale data, è stato escluso definitivamente dal circuito di donazione del sangue”.

Tali dati hanno chiaramente portato ad affermare che l’uomo di Sermoneta è stato infettato proprio da questi due donatori e forse dagli altri non rintracciati nonostante proprio nel 1988 (anno delle trasfusioni) fu imposto il cosiddetto termotrattamento contro il rischio di trasmissione del virus da epatite C.

“E’ pertanto evidente – commenta l’avvocato Mattarelli – che qualcosa nei controlli non deve aver funzionato bene e per questo la Corte di Appello ha condannato il Ministero della Salute per non aver controllato e vigilato sulle donazioni/trasfusioni somministrate all’allora 17enne. Resta ora da capire perché (se anche solo successivamente) i due dei donatori sono risultati positivi o comunque entrati in contatto con il virus dell’epatite C, tanto da essere stati ‘esclusi definitivamente dal circuito di donazione del sangue’, l’uomo di Sermoneta non sia stato richiamato ai controlli virali visto che risulta chiaramente che gli venne trasfuso sangue proveniente da donatori infetti che sembra abbiano donato sangue per anni prima di essere esclusi. Probabilmente ci sono in giro altri trasfusi contagiati da questi due donatori”.

La Corte di appello ha condannato il Ministero della Salute a risarcire il 47enne di Sermoneta per 120mila euro per le trasfusioni avvenute all’ospedale di Latina quanto aveva 17 anni.

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