Alba pontina, una commerciante vessata parla in aula: “Ho ancora paura”

    furti in villa

    Ero molto spaventata e lo sono tuttora“, queste la dichiarazioni di una delle vittime del clan Di Silvio che è stata sentita questa mattina in aula, nel processo Alba pontina. Una delle vittime tra i commercianti vessati e costretti a fare sconti impensabili per gli altri cittadini.

    La negoziante, all’epoca dei fatti incinta, si era spaventata a morte per la sua incolumità e per il bambino che portava in grembo e si era rivolta immediatamente alla polizia. Oggi in aula ha ripetuto l’episodio davanti al collegio del tribunale di Latina, ai pm Luigia Spinelli e Claudio De Lazzaro e agli avvocati degli imputati.

    Era al settimo mese di gravidanza quando tre donne di origine rom erano entrate nel suo negozio, tra cui Sabina De Rosa, moglie di Armando Di Silvio. Il 7 dicembre 2016 avevano preso dallo scaffale alcune lenzuola, per un valore di 125 euro. Alla cassa però ne volevano pagare soltanto 45. La commerciante vista l’eccessiva sproporzione ha chiesto il resto della somma e a quel punto la donna avrebbe cominciato ad urlare dicendo che se si fosse opposta avrebbe chiamato il marito. Poi mentre usciva dal negozio avrebbe aggiunto: “Adesso vedrai che stasera quando chiuderai il negozio mio marito ti farà trovare una bella sorpresa così impari a non fare quello che ti dico”.

    Difficile l’esame della commerciante, che era evidentemente preoccupata e che però ha confermato quanto denunciato quasi tre anni fa. Al termine delle sue dichiarazioni Armando Di Silvio ha replicato in videoconferenza: “Sono un galantuomo, la teste non dice la verità, non avrei mai parlato ad una donna in questo modo”.

    Sentito anche il titolare di una palestra del capoluogo pontino. L’uomo ha detto di essere stato avvicinato da Gianluca Di Silvio e Agostino Riccardo che pretendevano 3mila euro per un debito mai contratto. Poi sarebbe stato contattato da Riccardo che gli prospettava la questione come risolta. Da quel momento però avrebbe continuato a torturarlo con telefonate e messaggi, anche 3 o 4 al giorno per avere, in cambio del suo interessamento, un regalino. Somme di denaro per “averlo salvato”, perché gli scriveva “io ti voglio bene”.

    Sul banco degli imputati il presunto capo clan Armando Lallà Di Silvio, la moglie Sabina De Rosa, Angela, Genoveffa e Giulia Di Silvio e Francesca De Rosa. E ancora Tiziano Cesari e Federico Arcieri. I primi sei rispondono dei reati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga e alle estorsioni ai danni di professionisti, aggravata dalle modalità mafiose. L’aggravante è stato contestato per la prima volta al clan di origine rom in questo processo. Altri indagati avevano scelto il rito abbreviato.

    Il presidente del collegio, Soana, ha rinviato l’udienza al prossimo 24 settembre. Un’altra è stata invece fissata per il 26 novembre.

     

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    Silvia Colasanti
    Giornalista pubblicista dal 2009 ha cominciato a scrivere nel 2005. Laureata in Scienze politiche, con un Master in Diritto europeo, ha lavorato per tre anni (tra le altre esperienze) nella redazione de Il Tempo Latina, poi come redattrice al Giornale di Latina. Si occupa essenzialmente di cronaca, in particolare di cronaca giudiziaria.