La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Giovanni Secci, ex vicesindaco di Sabaudia, confermando il no alla ricusazione del gip di Latina, Giuseppe Cario, il magistrato che aveva disposto per lui gli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sui chioschi del lungomare. La decisione della Suprema Corte conferma quanto già stabilito lo scorso 19 marzo dalla Corte d’Appello, che aveva rigettato una prima istanza della difesa.
La vicenda si inserisce nel contesto della nota inchiesta legata alle concessioni dei chioschi sul lungomare di Sabaudia, nell’ambito della quale il gip Cario aveva disposto la misura degli arresti domiciliari per l’ex amministratore pontino. Secondo la tesi sostenuta dall’avvocato Renato Archidiacono, legale di Secci, il giudice avrebbe “anticipato il giudizio” sui gravi indizi di colpevolezza già all’interno dei decreti con cui venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche e ambientali. Per la difesa, il magistrato avrebbe travalicato i limiti del codice di procedura penale, che impone invece di limitarsi a valutare i semplici elementi sintomatici del reato in quella fase iniziale.
I giudici di legittimità della Cassazione hanno però smontato questa impostazione, ritenendo del tutto legittimo l’operato del gip. Nella sentenza viene spiegato che la richiesta di ricusazione non può essere applicata alle normali funzioni che un magistrato esercita all’interno della medesima fase del procedimento. Accogliere il ricorso della difesa avrebbe infatti l’unico effetto di spezzettare e frammentare le indagini, offrendo alle parti la possibilità di bloccare l’azione penale o di rimuovere un giudice sgradito attraverso la continua riproposizione di ricorsi. Il giudice Cario ha quindi agito nel pieno rispetto dei suoi compiti istituzionali.









