Economia e imprese
Rubrica settimanale
A cura di Ivan Simeone

“La politica deve partire dai comuni, dalle associazioni, dalle forze vive della società.” (Luigi Sturzo). In questi giorni è tornato, seppure con discrezione, il dibattito sulla riforma della legge elettorale. L’attenzione è concentrata soprattutto sul premio di maggioranza, ma l’elemento davvero rivoluzionario sarebbe il ritorno al voto di preferenza.
È una prospettiva che cambierebbe profondamente il rapporto tra elettori ed eletti e, inevitabilmente, costringerebbe la politica (e i politici) a mettersi in discussione.
Chi scrive, dopo la crisi della cosiddetta Prima Repubblica, fu tra i sostenitori del sistema maggioritario, aderendo ai Comitati promossi da Mario Segni. Era il 1993: il referendum segnò il superamento del sistema proporzionale, in un contesto storico straordinario, segnato dall’inchiesta di Mani Pulite. All’epoca bisognava garantire maggiore stabilità politica di governo.
Oggi il quadro è profondamente cambiato ed emerge l’esigenza di restituire una rappresentanza autentica ai territori e ai corpi sociali.
Il Parlamento è stato il luogo in cui trovava voce il mondo del lavoro, dell’impresa, dell’agricoltura, della cooperazione, del sindacato e dell’associazionismo. Grazie al sistema proporzionale, sedevano nelle Camere rappresentanti che provenivano direttamente da quelle esperienze. Una parte importante della classe dirigente italiana nacque nei sindacati, nelle Associazioni di Categoria, nel movimento cooperativo, nel mondo cattolico e nelle tradizioni laiche e liberali. Oggi quella ricchezza di esperienze è molto meno presente se non del tutto scomparsa. Il Partito governa su ogni processo.
Si è oggettivamente indebolito il rapporto diretto con i corpi intermedi che rappresentano quotidianamente gli interessi delle comunità, delle imprese e del lavoro.
La nostra Costituzione afferma, all’articolo 1, che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Il voto di preferenza rappresenta una delle modalità più efficaci per dare concretezza a questo principio.
Lo stesso vale per i corpi sociali intermedi: associazioni di categoria, organizzazioni professionali, sindacati, cooperative, enti del Terzo settore e realtà civiche. Attraverso le preferenze possono contribuire a valorizzare candidature espressione del territorio, della competenza e dell’impegno civile ed economico.
La preferenza personale non è soltanto un voto in più. È un mandato di fiducia che obbliga chi viene eletto a mantenere un rapporto costante con i cittadini. Il consenso dipende dalla credibilità conquistata sul campo, dalla presenza nei territori, dalla capacità di ascolto e dalla competenza. Anche l’economia può trarne beneficio. Un Parlamento più radicato nei territori è maggiormente in grado di comprendere le esigenze delle imprese, dei lavoratori e delle comunità locali. Politiche costruite a partire dall’ascolto dell’economia reale sono spesso più efficaci nel sostenere gli investimenti, semplificare la burocrazia, favorire l’occupazione e accompagnare lo sviluppo. Non è il sistema elettorale, da solo, a creare crescita economica, ma una rappresentanza più vicina ai territori può certamente contribuire a decisioni pubbliche più consapevoli e più utili al Paese.
Ma sarà possibile? L’attuale classe politica avrà la forza di rimettersi in discussione? Non è che oggi bisognerà dare vita a nuovi Comitati popolari per la riforma, a sostegno del Proporzionale? È una domanda che non riguarda soltanto la politica, ma tutti noi.
Nel 1993 furono i cittadini, attraverso un grande movimento di opinione, a chiedere un cambiamento del sistema elettorale. Oggi, se davvero si vuole restituire centralità ai territori, ai corpi sociali e al rapporto diretto tra eletti ed elettori, forse è arrivato il momento di aprire una nuova stagione di partecipazione civica.









