Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere sia Ferdinando “Pescio” Di Silvio, venticinquenne figlio di Costantino “Patatone”, sia il sedicenne indiziato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Ibrahim Dibba, il ventisettenne gambiano ucciso a colpi di pistola la sera di mercoledì 16 settembre in viale XXIV Maggio a Latina. Negli interrogatori di garanzia tenutisi nella mattinata di oggi, entrambi i fermati hanno scelto la strada del silenzio: per il venticinquenne, comparso davanti al gip Gaetano Negro nel carcere di via Aspromonte alla presenza dei procuratori Gregorio Capasso e Luigia Spinelli, si è trattato di una decisione dettata dall’assenza degli atti a disposizione della difesa guidata dall’avvocato Luca Melegari. Analoga linea di condotta per il minorenne, assistito dal legale Sandro Marcheselli nel corso dell’udienza davanti al gip del Tribunale per i Minorenni di Roma, con entrambi i giudici ora chiamati a esprimersi sulla convalida dei fermi e sulla custodia cautelare.
Sui due indagati pesano accuse gravissime: le Procure contestano l’omicidio pluriaggravato dai futili motivi e dalla premeditazione, oltre allo spaccio di una dose di crack alla compagna della vittima. Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile, il movente dell’esecuzione risalirebbe a una lite avvenuta la notte precedente nei pressi dei palazzi gemelli di via Pionieri della Bonifica. In quell’occasione, il minorenne avrebbe esploso alcuni colpi d’arma da fuoco a scopo intimidatorio dopo essere stato colpito al volto da uno schiaffo del ventisettenne, risentito per il mancato pagamento in droga di un lavoro illecito svolto nei giorni prima per conto della famiglia Di Silvio.









