Sanità, la debacle dei Punti dei primi intervento in provincia di Latina. Il punto di vista dell’esperto

345

Franco Brugnola, ex consigliere comunale di Sabaudia, vanta un lungo curriculum nell’amministrazione sanitaria. Dopo alcuni anni di servizio presso il Ministero della Sanità è stato dirigente presso l’Ente Ospedaliero regionale specializzato Spolverini di Ariccia, presso l’Ente Ospedaliero generale provinciale di Velletri e poi delle USL RM32 e RM31. Ha svolto l’incarico di Amministratore straordinario della USL FR2 e di Commissario della USL LT4. Dopo aver retto il Settore 53 della Regione Lazio, è stato Direttore amministrativo della Asl Latina, Direttore Amministrativo degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri di Roma (comprendente l’IRCSS Regina Elena e il San Gallicano) e infine Direttore amministrativo dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale Lazio e Toscana con sede in Roma. Detto ciò riportiamo un suo intervento sui Punti di primo intervento alla luce dell’applicazione del decreto del Ministero della Salute 70/2015.

Franco Brugnola
Franco Brugnola

Com’è noto la Direzione regionale Salute e Politiche sociali della Regione Lazio con una nota del 13 settembre scorso ha sollecitato le Aziende sanitarie locali all’adempimento del decreto del Ministero della Salute n. 70/2015 che al punto 9.1.5 “Punti di primo Intervento” prevede tra l’altro:

  1. il mantenimento per un periodo di tempo limitato nella località in cui era presente un ospedale riconvertito in altra struttura, di un Punto di Primo Intervento, operativo nelle 12 ore diurne e presidiato dal sistema 118 nelle ore notturne.
  2. la trasformazione dei PPI in postazioni medicalizzate del 118 entro un arco temporale predefinito, implementando l’attività territoriale al fine di trasferire al sistema dell’assistenza primaria le patologie a bassa gravità e che non richiedono trattamento ospedaliero secondo protocolli di appropriatezza condivisi tra 118, DEA, hub o spoke di riferimento e Distretto.
  3. nella fase di transizione verso la gestione del 118, la funzione per le urgenze dei PPI si deve limitare unicamente ad ambienti e dotazioni tecnologiche atte al trattamento delle urgenze minori e ad una prima stabilizzazione del paziente ad alta complessità, al fine di consentirne il trasporto nel pronto soccorso più appropriato.

Con una ulteriore comunicazione del 21 settembre la predetta Direzione regionale ha sollecitato proposte da parte delle Direzioni delle ASL in merito anche alla gestione della fase di transizione.

Pertanto, nonostante alcune dichiarazioni rassicuranti riportate dalla stampa, la Direzione della ASL Latina sembra intenzionata a portare avanti entro la fine dell’anno l’attuazione del citato D.M. 70/2015, con modalità che sono ancora da definire.

Allo stato dei fatti l’assistenza territoriale è assolutamente inadeguata e molto lontana dai Livelli Essenziali di Assistenza specialmente per quanto riguarda la presa in carico della popolazione anziana per cui l’implementazione dell’assistenza primaria, da tempo auspicata, richiederà interventi rilevanti; appare pertanto difficile che possa svolgere quella funzione di filtro verso il sistema di emergenza urgenza di cui è cenno al punto b); questo sarà senza dubbio possibile con il potenziamento di strutture di prossimità come ad esempio le Case della salute che dovrebbero essere situate una per distretto e, ovviamente, là dove non esistono ospedali.

Ove l’Azienda USL Latina volesse rispettare alla lettera quanto previsto dal predetto D.M. 70/2015 in primo luogo dovrebbe limitare l’operatività dei PPI presenti nei Comuni di Cori (ab. 11.065), Cisterna (ab. 36.868), Sezze (ab.24.894), Priverno (ab. 14.525), Sabaudia (ab. 20.432), Gaeta (ab. 20.834) e Minturno (ab. 19.783) alle ore diurne, mentre durante quelle notturne sarebbe attiva solo una “Postazione territoriale” con una ambulanza del servizio 118.

Il tutto non potrà avvenire senza ascoltare i cittadini, gli utilizzatori dei servizi e i sindacati, come previsto dalle norme in vigore (art. 14 del D.lgs 502/92).

Com’è evidente si tratterebbe di una grave dequalificazione del servizio in quanto mentre nei PPI il servizio è assicurato da almeno un medico ed un infermiere professionale, in base agli standard del 118 le ambulanze di tipo MSB sono prive di medico a bordo e dovrebbe essere presente un equipaggio composto solo da un autista barelliere, un infermiere e un soccorritore.

Una organizzazione dell’emergenza che può essere sufficiente per aree con popolazione scarsa, ma che è assolutamente inadeguata nei nostri Comuni che hanno tutti una popolazione molto numerosa destinata ad aumentare notevolmente durante il periodo estivo, per cui la percentuale delle persone che possono richiedere l’intervento del 118 durante le ore notturne aumenta; cosa accadrà la notte durante il periodo in cui l’ambulanza sarà occupata presso il Pronto Soccorso dell’ospedale più vicino?

A ciò si aggiunga che nella nostra provincia il servizio è affidato ad associazioni o società private per cui gli eventuali costi aggiuntivi andranno a gravare sul bilancio della ASL:

La presenza dei PPI gestiti direttamente dalla ASL rappresenta un servizio di prossimità indispensabile in molte realtà, che fino ad ora è stato garantito con costi molto contenuti da personale qualificato, pur in condizioni talora molto difficili.

Corre l’obbligo di precisare ulteriormente quanto segue:

  • La percentuale della popolazione anziana presente in ciascuno dei Comuni in questione è molto alta e la maggioranza è affetta da più di una patologia cronica;
  • La media degli accessi negli ultimi anni in questi PPI è spesso di gran lunga superiore a quella di 6.000 annui per cui appare sconsigliabile procedere ad una dequalificazione del servizio;
  • I requisiti previsti dal citato DM 70/2015 non tengono conto del territorio della ASL, della peculiarità della sua orografia e della collocazione dei PPI, che nel caso di chiusura creerebbero in molti casi dei veri e propri vuoti nella rete dell’emergenza-urgenza a motivo delle distanze e della viabilità, con inevitabili ritardi nei tempi di intervento e di rischi per la vita dei pazienti;
  • I PPI hanno rappresentato fino ad ora un filtro per le strutture di Pronto soccorso per cui la loro eventuale chiusura rischia di scaricare i pazienti fino ad ora curati presso queste strutture sui tre servizi di Pronto soccorso rimanenti in provincia (Latina, Terracina e Formia) che sono già spesso prossimi al collasso.

Questa scelta, se attuata, darebbe un ulteriore grave colpo alla già grave situazione della sanità nella nostra provincia.

A questo si dovranno aggiungere gravi conseguenze anche per il turismo in quanto persone affette da patologie croniche sarebbero portate ad evitare di soggiornare in località prive di assistenza sanitaria adeguata.

 

LE VOSTRE OPINIONI

commenti