di Ivan Simeone
NED, Prop Making, Big Tech, Networking… e chi più ne ha ne metta. Lo sfoggio di una certa terminologia inglese nel mondo dell’economia e dell’impresa fa certamente “figo”.
Un consulente che “infarcisce” la propria relazione o un articolo di una certa terminologia, lo fa sembrare certamente (crede lui) più preparato ed inserito in quelle dinamiche che sembrano essere una vera “tribù”, chiusa al popolo ed appannaggio di un ristretto gruppo che potremmo –scherzando- definirlo quasi di “esoterismo economico”.
Ma la realtà?
Cosa si cela dietro a tutti quei bei curriculum che abbondano di pseudo ruoli anglofoni?
Oggi l’economia è stata invasa da un linguaggio ricco di inglesismi, più o meno appropriati.
Non parliamo più di obiettivi, ma di target; non si elaborano strategie o si pianifica una attività, ma business plan; non si tengono riunioni, ma meeting; non si assumono dipendenti, ma si fa recruiting. Potrei continua all’infinito.
Questa tendenza viene spesso presentata come un segno di modernità, efficienza, professionalità… In realtà, nella maggior parte dei casi, rappresenta un inutile impoverimento della lingua italiana ed una barriera alla comunicazione; non solo ma tutti questi inglesismi “appioppati” ad attività varie, rischiano di “coprire” un reale impoverimento e pochezza professionale. Uno tsunami di terminologie anglofoni, i così detti “anglicismi”, rischia di divenire una maschera dietro la quale si potrebbe celarsi una minor professionalità.
La funzione principale del linguaggio è permettere alle persone di comprendersi.
Quando un dirigente parla di stakeholder engagement, benchmarking o performance review davanti a un pubblico che non padroneggia l’inglese, non sta facilitando la comunicazione: la sta complicando. Molti termini italiani esistono già e sarebbero perfettamente adeguati. Parlare di “portatori di interesse”, “confronto con i concorrenti” o “valutazione delle prestazioni” renderebbe il messaggio più accessibile senza perdere precisione.
L’abuso eccessivo di anglicismi crea una distinzione artificiale tra chi appartiene al mondo aziendale e chi ne resta escluso. È un po’ un “passaporto” per entrare in una comunità professionale virtuale. Linguaggio come strumento di prestigio sociale più che di comunicazione. Forma di esibizionismo linguistico fine a sé stesso.
Naturalmente esistono situazioni in cui l’uso dell’inglese è giustificato. Alcuni concetti nascono in contesti internazionali e non possiedono equivalenti italiani consolidati. Inoltre, nelle aziende che operano sui mercati globali è spesso necessario adottare una terminologia condivisa. Tuttavia, ciò non significa che ogni parola italiana debba essere sostituita da un’espressione inglese. Tra necessità e moda esiste una differenza sostanziale.
La vera modernità, come la professionalità, non consiste nell’infarcire i discorsi di parole straniere, ma nel comunicare in modo chiaro, preciso e accessibile a tutti.
La vera professionalità si misura nei fatti: nasce da titoli autentici, competenze acquisite ed esperienze certificate, non da slogan, promesse o belle parole ad effetto.
Vorrei concludere questa riflessione con le parole del Prof. Paolo D’Achille, Presidente dell’Accademia della Crusca, quando ci ricorda che “Ogni volta che un termine della lingua italiana viene sostituito da un corrispondente inglese, non stiamo solo cambiando etichetta a un concetto: stiamo, lentamente, cedendo un pezzo del nostro paesaggio mentale.”










