Di Francesco Marigliani
Quel cartello barrato con su scritto Latina e la Formia in cui ha abitato assieme alla moglie Dorina e ai suoi due figli. C’è anche un po’ della nostra provincia nel film “Je so’ pazzo“, protagonista nei cinema di tutta Italia in questi primi giorni di proiezione.
Massimiliano Caiazzo ha interpretato magistralmente il Pino degli inizi, sfrontato e voglioso di raccontare la sua storia attraverso la musica, la sua Napoli con le sue imperfezioni. Dal rapporto travagliato col padre a quello con le zie, vere nutrici di “Pinotto“, come lo chiamavano tutti.
Forse il racconto che i fan non si aspettavano, ma che rende comunque onore alla memoria del bluesman napoletano, di cui ci vengono raccontati tanti aneddoti che solo chi ha letto il libro del figlio Alessandro – dal quale si prende ispirazione per la pellicola – conosceva.
Parte dal basso per arrivare in alto, riempiendo palazzetti e teatri. Un piccolo salto nella Formia degli anni ’80, dove Pino aveva scelto di trasferirsi per sfuggire alle folle che lo braccavano in zona Vomero, dove viveva subito dopo il matrimonio con Dorina. Poi, la chiosa finale – vista anche ad inizio film – sul concerto del 19 settembre 1981, in una Piazza del Plebiscito dalle 200mila presenze per l’abbraccio del cantautore campano alla sua Napoli, in ripresa dopo la catastrofe del terremoto dell’Irpinia, che ha devastato la Campania tutta nel 1980.
E quel concerto a Latina…
Non è nel film, ma non si può non ricordare: quel concerto al PalaBianchini, il primo dei tanti di Pino Daniele nel capoluogo pontino. Il biglietto dal costo di 3mila lire, quel “Nero a metà” appena pubblicato e la presenza del mitico James Senese al sax, Rosario Jermano alle percussioni e ancora presente nella sua band degli inizi, Gigi De Rienzo al basso elettrico ed Ernesto Vitolo a pianoforte e tastiere.
Tornerà a Latina in altre occasioni, riempiendo il “Francioni“, il Teatro D’Annunzio e un salto nella vicina Sabaudia, in tempi più recenti.
La sua storia passa per tutta l’Italia e la unisce nel dialetto. Perché “nun fa nient’ parlà l’important è sape sunà”








