Dalle Orcadi a Latina, la storia di Coriolano Caprara (100 anni)

Coriolano Caprara

La foto è in bianco e nero, ma la sua vitalità non sembra risentire del secolo vissuto: domani, 13 febbraio 2020, Coriolano Caprara, Gino per tutti, compirà 100 anni.

Nato a Velletri il 13 febbraio 1920, è un pontino adottivo del dopoguerra, vissuto tra Latina e Borgo San Donato, ultimo testimone della realizzazione della cappella su un campo delle Orcadi fatta dai prigionieri di guerra italiani durante il secondo conflitto mondiale.

Coriolano, detto Gino, parla un inglese fluente, e mantiene una fitta corrispondenza con amici all’estero. Ma l’ultima e unica volta che ha vissuto nel Regno Unito è stato oltre settant’anni fa, come prigioniero di guerra, portato in giro da un capo all’altro del Paese. Eppure, è stata proprio questa vicenda a procurargli alcune delle amicizie più forti e durature della sua vita, quasi tutte con persone che si trovavano dall’altro lato del filo spinato.

Gino arrivò in Scozia dopo un viaggio durato tre mesi, dalla Libia dove era stato catturato nel 1941, circumnavigando tutta l’Africa. Venne registrato per la prima volta ad Edimburgo e ricevette una divisa, con tre cerchi sulle spalle a indicare il suo status di prigioniero di guerra e destinato alle Orcadi. Il paesaggio era per metà quello di un’isola deserta, per metà in costante fermento, con gru, difese antiaeree, navi da guerra. A Coriolano sembrò che metà dell’arcipelago fosse impegnato a costruire una nuova isola, e l’altra metà a difenderne la costruzione. E non andò tanto lontano dalla verità. In quel momento infatti il governo britannico stava facendo costruire le “Barriere di Churchill” per proteggere la baia di Scapa, che ospitava la flotta britannica… E i prigionieri erano destinati ai campi di lavoro.

Ma a Gino andò di lusso: mentre lui studiava inglese, puliva il campo e prepara piccoli pezzi di teatro per intrattenere i prigionieri, gli altri andavano in cava. Sentiva i loro racconti, li vedeva là vicino mentre scavano i blocchi, li trasportavano lungo la banchina che si andavano formando ogni giorno tra un’isola e l’altra. Giorno dopo giorno, Coriolano vide Lamb Holm e Burray avvicinarsi sempre di più, come a toccarsi. Sembrava quasi che un campo di italiani cercasse di raggiungere l’altro.

Con l’arrivo della prima primavera la vita al Camp 60 migliorò. In quell’arcipelago isolato da tutto, italiani e britannici sembravano aver dimenticato di trovarsi su versanti opposti della guerra. Coriolano ormai parlava bene inglese, ed aveva delle uscite libere. Aveva conosciuto una famiglia delle Orcadi, i Wylie, che lo avevano invitato per cena. Una magnifica serata: “Please, come again”, gli avevano detto.

Alle Orcadi, Gino conobbe anche l’amore e con i compagni iniziò la costruzione della cappella nel campo… in competizione con quella dell’altro campo… Poi l’armistizio e il lungo e faticoso rientro in patria.

Il soldato Caprara Coriolano di quel periodo conserva in ricordo ogni istante.

La cappella realizzata al campo sulle Orcadi dai prigionieri italiani

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