Nel cuore dello stadio “Domenico Francioni”, lontano dal rumore della partita e più vicino alle emozioni di una stagione vissuta sul filo, Luigi Condò, direttore sportivo del Latina Calcio 1932, sceglie di iniziare da ciò che per lui ha davvero senso, lasciando in secondo piano numeri e classifiche: «Questa salvezza ha un valore che va oltre il calcio. La dedico a mio padre, che non è più qui, ma che mi ha trasmesso tutto, a mia moglie e a mia figlia, che hanno vissuto con me ogni momento, anche quelli più difficili. Senza di loro, questo percorso non avrebbe avuto lo stesso significato».
È un racconto personale, quasi intimo, quello che prende forma davanti ai giornalisti. Ma presto il discorso si allarga alla stagione, complessa e piena di curve improvvise. Condò non ha dubbi nel dare il giusto peso all’obiettivo raggiunto: «Qualcuno potrebbe parlare semplicemente di salvezza, ma per me è qualcosa di molto più grande. Io la considero come il quarto campionato vinto nella mia carriera, perché per come è arrivata, per le difficoltà affrontate e per il contesto in cui è maturata, ha lo stesso sapore di una vittoria».
Uno dei passaggi più profondi riguarda il rapporto con la città e i tifosi, un legame che nel corso dei mesi si è consolidato ben oltre il rettangolo verde. «Latina mi ha dato tanto, ma soprattutto mi ha colpito dal punto di vista umano. Quello che la curva ha fatto per mio padre, con quello striscione e quell’applauso, è qualcosa che mi porterò dentro per sempre. In quel momento ho capito di essere entrato davvero nel cuore di questa gente. E quando succede, senti una responsabilità ancora più grande nel dare tutto».
Sul piano sportivo, il dirigente rivendica con decisione il lavoro svolto, soprattutto in fase di costruzione della rosa. «Abbiamo completamente ridisegnato la squadra. In totale abbiamo fatto 42 operazioni di mercato, intervenendo in maniera massiccia sia in entrata che in uscita. Non è stato un lavoro semplice, ma necessario. Abbiamo scelto di abbassare l’età media in modo significativo, puntando su un gruppo giovane, con entusiasmo e margini di crescita, anche se questo comportava inevitabilmente qualche rischio legato all’inesperienza».
Una svolta decisiva, secondo Condò, è arrivata nel mercato invernale, gestito con tempistiche precise. «A gennaio non potevamo permetterci errori o ritardi. Abbiamo chiuso tutte le operazioni nei primi dieci giorni, ed è stato un fattore determinante. Se fossimo andati lunghi, probabilmente la squadra avrebbe pagato ulteriormente dal punto di vista mentale e dei risultati. Invece siamo riusciti a inserire giocatori pronti, con un passato vincente in questa categoria, che hanno alzato il livello e dato sicurezza al gruppo».
Tra i protagonisti, spicca il nome di Parigi, simbolo di una trattativa lunga e complessa. «Parigi non è arrivato per caso. Lo abbiamo seguito per due mesi e mezzo, è stata una negoziazione difficile, fatta di ostacoli e momenti di stallo. Ma abbiamo sempre creduto che potesse essere un elemento fondamentale. Oggi è un giocatore del Latina e rappresenta una base imprescindibile: se vogliamo costruire qualcosa di ambizioso, non possiamo prescindere da lui».
Lo sguardo, inevitabilmente, si sposta anche su ciò che verrà. Il direttore sportivo non si sbilancia, ma lascia intendere chiaramente le sue intenzioni: «Ho ancora un anno di contratto e dentro di me c’è una convinzione forte: qui si può fare qualcosa di importante. Non si tratta solo di restare, ma di dare continuità a un progetto che ha bisogno di tempo per crescere. Con la società ci confronteremo presto, capiremo insieme quali saranno i prossimi passi».
Non manca, però, una punta di rammarico per ciò che avrebbe potuto essere. «Questa squadra, senza il peso costante della lotta per la salvezza, avrebbe potuto esprimersi in modo diverso. Ne sono convinto. In Coppa Italia abbiamo dimostrato il nostro valore: per quanto visto, eravamo tra le squadre che meritavano di arrivare fino in fondo. Poi ci sono stati episodi, decisioni arbitrali, dettagli che hanno fatto la differenza e ci hanno penalizzato».
A complicare ulteriormente il percorso, una serie di difficoltà oggettive. «Abbiamo attraversato momenti complicatissimi dal punto di vista degli infortuni. Ci sono state fasi in cui avevamo nove giocatori indisponibili, di cui sei titolari. Questo ha inciso tantissimo, sia sulle prestazioni che sulle rotazioni. In più, abbiamo affrontato un calendario molto più pesante rispetto ad altre squadre, con dieci turni infrasettimanali: un dispendio di energie enorme».
Nonostante tutto, il Latina ha trovato la forza per restare in piedi. «Se c’è una cosa che non posso rimproverare alla squadra è l’atteggiamento. I ragazzi non si sono mai tirati indietro, hanno sempre lottato, anche nei momenti più duri. Questo è un aspetto che i tifosi hanno percepito e apprezzato».
Infine, una chiosa che riassume la mentalità del dirigente: «Io parto sempre con un’idea chiara: voglio vincere. Non importa il contesto o le difficoltà, l’obiettivo deve essere sempre quello. Poi il campo dirà se ci si riesce, ma la mentalità non può cambiare».









