È un momento innegabilmente difficile quello del Latina Calcio. In estate il cambio di girone aveva proiettato tutti verso un campionato più tranquillo, piazze meno calde, trasferte meno avvelenate. Volpe però, lo ha ripetuto più volte: è un girone da non sottovalutare, perché sotto traccia ci sono squadre tremendamente insidiose. Aveva ragione.
La sensazione, però, vedendo questo Latina è un’altra. È quella di una squadra che per gioco espresso, per occasioni create, per xG e per dominio territoriale potrebbe stare tranquillamente nella parte sinistra, a lottare per le posizioni di testa. E che invece torna a casa quasi sempre con la coda tra le gambe, spesso dopo aver fatto la partita migliore.
I numeri sono spietati e stretti: una sola vittoria in sette partite, sei punti totali frutto di tre pareggi e tre sconfitte, con una gara da recuperare mercoledì prossimo. Troppo poco per quello che si è visto.
Andando in ordine, il filo è sempre lo stesso. Alla prima con il Pineto, al Francioni, il Latina avrebbe meritato i tre punti. A Ravenna arriva la sconfitta più accettabile, contro una delle grandi favorite per la vittoria finale, ma anche lì i nerazzurri hanno messo sotto la Romagna per un tempo intero. A Gubbio l’episodio: l’espulsione che allarga le maglie e spacca la partita. Copione simile con il Guidonia in casa: dominio, poi beffati all’ultimo secondo. Al Mapei contro la Reggiana, altra bella figura, altra sconfitta. Fino all’ultimo pareggio con l’Ostiamare, una squadra che non si è mai resa davvero pericolosa nella metà campo nerazzurra.
In mezzo, tanti esperimenti. Un attacco leggerino, Baez e Cioffi insieme, qualità ed estro ma senza peso. Volpe lo sa, lo cerca quel riferimento. Lo ha cercato nell’inserimento di Plescia, che ha finalmente sbloccato il primo gol stagionale per un centravanti nerazzurro e che si spera sia di buon auspicio. Ma è evidente che Plescia da solo non può garantire il bottino pesante che serve. Da qui nasce quell’instabilità davanti, e da qui nasce il titolo: la consapevolezza di sapere ciò che manca. Un terminale offensivo, un nove vero.
Tralasciando l’ultima gara, Volpe ha spesso iniziato senza un riferimento centrale, affidandosi al talento dei tre là davanti, sperando che l’estro bastasse a spaccare le partite. Non è bastato, ma non per colpa sua, ci mancherebbe.
Aggiungiamoci poi gli alibi che alibi non sono: qualche torto arbitrale netto, un manto erboso del Francioni che certo non aiuta chi vuole giocare palla a terra, e un conto aperto con la fortuna che prima o poi dovrà essere saldato. Ma i punti stringono, il tempo inizia a mancare e in mezzo c’è anche la Coppa Italia, con un percorso che fin qui ha portato Volpe e i suoi fino agli ottavi.
E adesso arriva quella che chiamarla occasione è un eufemismo. Domenica c’è la Sambenedettese. Trasferta in terra marchigiana, scontro diretto. Loro hanno appena esonerato l’ex Boscaglia e, come da rituale del cambio in panchina, hanno subito ritrovato vitalità vincendo l’ultima. Per la classifica, è già una finale salvezza.
Ma la domanda vera, quella che resta dopo sette giornate giocate meglio dell’avversario, è un’altra: questo Latina, per quello che ha dimostrato, merita davvero di essere definito una matricola da salvezza?
La risposta, guardando il campo, è no. Ma il campo, da solo, non basta più. Serve ciò che manca.









