Operazione Scheggia, Riccardo: “Pagliaroli mi mandò a minacciare un concorrente”

    Agostino Riccardo

    Umberto Pagliaroli, arrestato nell’ambito dell’operazione “Scheggia”, è accusato anche di illecita concorrenza aggravata dal metodo mafioso. Si sarebbe servito di Agostino Riccardo e di Renato Pugliese per intimorire un imprenditore che aveva deciso di lavorare nel suo stesso settore, perché non si “allargasse”.

    “Inizialmente entrai solo io – racconta Riccardo agli inquirenti – mentre Renato aspettava fuori. Gli dissi che non doveva lavorare in quella zona in quanto Pagliaroli era l’unico che poteva vendere il vetro in quella zona”.

    L’imprenditore cercò di difendersi. “In quel momento entrò Renato e allora chiedemmo semplicemente i soldi per il disturbo, pari a 2000 euro. Lì subito ci diede mille euro precisando che erano i primi soldi che aveva incassato in quanto aveva aperto da poco”.

    La cosa non finì qui. “Il giorno dopo andammo di nuovo nella fabbrica e io, Renato e l’imprenditore ci recammo in banca, lui prelevò altri 1000 euro e ce li consegnò”. “L’imprenditore – spiega Riccardo – sapeva che appartenevamo alla famiglia Di Silvio anche perché il giorno in cui siamo andati in banca abbiamo parlato in macchina esplicitamente del fatto che Renato Pugliese era figlio di Costantino Di Silvio, detto Cha Cha. In quel periodo a Latina e nei borghi circostanti, fino a Terracina, tutti sapevano chi eravamo nel senso che appartenevamo alla famiglia Di Silvio”.

    Pugliese racconta la vicenda in modo un po’ diverso. Dice, nell’aprile del 2019 agli investigatori, che Pagliaroli avrebbe dato l’incarico ad Agostino di far chiudere l’attività. Che all’imprenditore Riccardo avrebbe detto di aver ricevuto l’incarico da Umberto di buttare giù “bruciare” il suo capannone. L’imprenditore spaventato aveva allora chiesto come evitare questa prospettiva. A quel punto gli avrebbero chiesto dei soldi.

    “Mi hanno intimorito – disse poi l’imprenditore sentito dagli inquirenti – anche perché mi dissero che appartenevano a un clan e quel pomeriggio, impaurito e umiliato, vagai in macchina”.