C’è anche il nome di Massimiliano Del Vecchio, 43enne originario di Fondi, tra i principali destinatari delle 18 misure cautelari eseguite dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma nell’ambito di una vasta inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia contro il clan Senese. Del Vecchio, noto negli ambienti criminali con il soprannome di “Pupone”, è considerato una figura di spicco nel narcotraffico romano legato al sodalizio, una posizione confermata anche dalla sua recente cattura a Barcellona dopo due anni di latitanza e dal suo attuale regime di detenzione al carcere duro.
L’ordinanza firmata dal giudice Ilaria Tarantini svela un sistema criminale complesso e allarmante che riusciva a operare con estrema agilità tra Roma e Latina. Il cuore degli affari ruotava attorno alla compravendita di grandi carichi di cocaina, con transazioni documentate che arrivavano a toccare i 90.000 euro per singola operazione. Tuttavia, ciò che emerge con forza dalle indagini è la capacità del gruppo di ripulire i profitti illeciti: il denaro contante proveniente dallo spaccio veniva sistematicamente reinvestito nell’acquisto di chili d’oro, una strategia studiata a tavolino per occultare la provenienza dei fondi e ostacolare i controlli delle autorità.
Un altro pilastro dell’organizzazione era la gestione delle comunicazioni, che avveniva attraverso l’uso di telefoni cellulari criptati. Secondo l’accusa, il collaboratore fidato Giuliano Cappioli avrebbe fornito questi dispositivi non solo durante il periodo di latitanza di Del Vecchio, ma perfino all’interno del carcere di Rebibbia. Questo dettaglio mette in luce una preoccupante vulnerabilità del sistema penitenziario, poiché permetteva ai vertici del sodalizio di mantenere il comando e coordinare i traffici anche dalle celle.
Per i magistrati, la figura di Del Vecchio rappresenta un pericolo sociale di altissimo profilo. La sua capacità di continuare a delinquere nonostante lo stato di detenzione, unita alla rete di protezione che gli ha garantito una lunga fuga all’estero, ha spinto il giudice a richiedere per lui la massima severità cautelare. Il provvedimento ricostruisce così un quadro inquietante in cui droga, oro e tecnologia avanzata si intrecciano, confermando la solidità di un asse criminale capace di rigenerarsi continuamente tra la Capitale e la provincia pontina.









