Operazione Olimpia, la Latina che trema: 50 indagati. Quando Maietta diceva: “Tu non sai chi sono io”

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Pasquale Maietta e Giovanni Di Giorgi

Cinquecento pagine piene zeppe di nomi e circostanze: tremano il palazzo comunale, gli ambienti politici e dell’imprenditoria di Latina. Un terremoto, uno tsunami. La tempesta giudiziaria scoppiata oggi con l’Operazione Olimpia, condotta dai carabinieri del comando provinciale, guidati dal colonnello Eduardo Calvi, a cui la Procura della Repubblica ha delegato le indagini – fatte di attività tecniche e supportate da perizie – fa paura. Il Procuratore Capo Andrea De Prosperis, questa mattina in conferenza stampa è stato chiaro: c’è chi (16 indagati tra cui gli arrestati Monti, Deodato, Gentili, i due fratelli Capozzi, Di Girolamo, Maietta e Fabrizio Montico) ha promosso, costituito ed organizzato un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di più delitti contro la pubblica amministrazione ed in particolare i reati di abuso in atti d’ufficio, falso ideologico e turbata libertà degli incanti. Insomma, c’è chi avrebbe preparato la tavola e chi si sarebbe accomodato per mangiare. L’esigenza della misura cautelare ha evidenziato soltanto una parte, minima, delle responsabilità in capo ai destinatari del provvedimento del Gip Mara Mattioli. La maxi inchiesta del sostituto procuratore Giuseppe Miliano tira in ballo un’altra cinquantina di persone, tutte iscritte nel registro degli indagati, tra politici, amministratori, professionisti e un gran numero di dipendenti comunali, tra dirigenti, funzionari di diversi settori e manutentori. Ce ne è per tutti, anche per un notaio e un noto avvocato.

A carico di 11 dipendenti (anche ex) del Comune (compresi Monti e Gentili) il fatto di avere, in tempi diversi, proceduto reiteratamente e in maniera sistematica, in violazione al Codice degli appalti, senza procedere ad esperire gare di evidenza pubblica, frazionando illegittimamente gli importi di guisa da far apparire come non necessaria la procedura di scelta del contraente, attestando falsamente l’esistenza di condizioni di urgenza dei lavori in realtà inesistenti procurando così a cinque ditte ingiusti vantaggi di natura patrimoniale. Beneficiari dello spacchettamento, risulterebbero, secondo gli inquirenti, la ditta Cam (27 appalti per un totale di quasi mezzo milione di euro) e Capozzi (32 appalti per quasi 800mila euro più altri 11 di oltre 280mila euro) rispettivamente di Andrea e Sandra Capozzi, la ditta individuale di Antonio Di Girolamo di Maenza (66 appalti per oltre 853mila euro, un numero esagerato che preoccupa anche lo stesso Monti, intercettato al telefono con un collega), la ditta New Cover di Fabrizio Montico (25 appalti per 368mila euro), la società Latina Calcio, presieduta da Pasquale Maietta (per un vantaggio di 460mila euro) per lavori di adeguamento dello stadio ritenuti in contrasto con il contratto di concessione siglato con il Comune finanche con autorizzazioni postume rispetto all’esecuzione delle opere stesse.

Nello specifico, per lo stadio, l’ordinanza del Gip evidenzia la presunta responsabilità in capo (oltre a Ventura e Lusena per la distrazione di 400mila euro, destinati alla ristrutturazione dell’ex Albergo Italia) all’ex sindaco Di Giorgi e al deputato Maietta quali promotori e organizzatori dell’associazione a delinquere volta a favorire la società di calcio. In particolare l’onorevole Maietta, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe minacciato un tecnico del Comune affinché acquistasse un gruppo elettrogeno per illuminare eventi sportivi notturni organizzati al Francioni. Della serie: “Tu non sai chi sono io. Mi vuoi fare la guerra? Te la faccio io a te, informati bene chi sono e risolvi questo problema”. Dunque, nell’autorizzazione a procedere nei confronti del deputato pontino vi sarebbe anche il reato di concussione.  Non è sfuggito agli inquirenti, in questo ambito investigativo, anche l’intervento di un “amico” rom per la riparazione immediata a spese del Comune per il campetto di Campo Boario. Sconcertante il quadro investigativo nel suo complesso, emerso anche dai colloqui intercettati in cui tecnici, funzionari e politici, anche attualmente in carica, parlano e sparlano. E non manca chi – attraverso telefonata – avrebbe chiesto consiglio ad un magistrato della Corte dei conti per avere una dritta su come “sbrigare” una pratica, senza dare troppo nell’occhio, per un intervento da effettuare allo stadio comunale.

E fin qui, a grandi linee la storia di alcuni impianti sportivi e dello spacchettamento dei lavori pubblici. Ma nelle pieghe dell’urbanistica malata ulteriori risvolti inquietanti. Una storia in parte già scritta, soprattutto per la cosiddetta Variante Malvaso nella fase iniziale dell’inchiesta giudiziaria portata avanti dal procuratore Gregorio Capasso quando a seguito degli accertamenti del Nipaf di Latina furono iscritti nel registro degli indagati tutti i componenti della giunta di Giovanni Di Giorgi che avevano approvato le due delibere incriminate relative al nuovo Ppe di Borgo Piave. Gli stessi atti per i quali oggi si ribadisce che abbiano portato alla realizzazione di ulteriori e illegittimi volumi conseguenti alla non considerazione, secondo gli inquirenti, di preesistenti volumetrie “che in realtà erano state già realizzate” in favore dell’allora consigliere comunale Vincenzo Malvaso, che aveva anche ricoperto il ruolo di presidente della commissione urbanistica. Malvaso, arrestato oggi, è stato tradotto nel carcere di Velletri, lontano dagli altri indagati finiti dentro. Anche in questo ramo dell’inchiesta si ipotizza l’esistenza di una cricca composta da ex amministratori e tecnici arrestati e a piede libero. Il giochetto delle volumetrie sottratte dai vecchi Ppe per aggiungerle ai nuovi si sarebbe ripetuta in fotopia per tutti i piani particolareggiati poi annullati dal commissario straordinario Giacomo Barbato nelle seguenti misure: 15% per Borgo Piave, Borgo Podgora e R6; 20% per R1; 10% per R3 e 7% per Latina Scalo. Tra i vari rilievi degli inquirenti, oltre alla incoerenza dei nuovi Ppe rispetto al Piano regolatore generale, anche quelli relativi alla riserva di volumetria di proprietà comunale, alla modifica del criterio di calcolo della volumetria realizzata e realizzabile e gli incrementi degli abitanti virtuali ancora insediabili. E si ritorna su via Quarto con il coinvolgimento di un notaio del capoluogo rimasto a piede libero per le particelle falsamente private (erano state in precedenza espropriate dal Comune) che hanno portato in carcere il costruttore Massimo Riccardo. E’ uno tsunami il fronte urbanistico dell’inchiesta perché tira dentro numerose persone tra progettisti e redattori di varianti, imprenditori e politici (oltre agli arrestati), notai compiacenti e anche un avvocato di opposizione interpellato perché facesse da sponda per la cacciata di un assessore fatto venire per rimediare agli errori dell’urbanistica e subito diventato troppo rompiscatole.

Cinquecento pagine della vergogna di Latina che non si possono riassumere.

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