Alba Pontina, il gup nelle motivazioni: “Potere intimidatorio di tipo mafioso”

    Armando Di Silvio al momento dell'arresto nell'ambito dell'operazione Alba Pontina

    Questa è la storia di Latina degli ultimi 20 anni”. Così inizia il giudice del Tribunale di Roma, Annalisa Marzano, nelle motivazioni della sentenza Alba Pontina che ha confermato la presenza della mafia nella città di Latina.

    Il gup prima plaude allo “straordinario lavoro svolto dagli inquirenti dal 2000”, di cui Alba pontina è solo l’ultima inchiesta, del 2017. La “città pontina – dice il giudice – è divenuta roccaforte di alcune famiglie rom, tra le quali spicca quella di Armando Di Silvio, detto Lallà”.

    Alba Pontina delinea solo la più recente evoluzione del gruppo facente capo ad Armando Di Silvio, iniziato nel 2010, quando si contendeva con altri gruppi, il dominio sul territorio latinense. Traccia quindi la storia dei due gruppi, Di Silvio e Ciarelli, e le loro evoluzioni spiegando che tra il 2016 e 2017 c’è un momento di splendore espansivo della famiglia Di Silvio, con l’ingresso di due misure di spicco, Renato Pugliese e Agostino Riccardo, diventati poi entrambi collaboratori di giustizia. Il primo è il figlio di Costantino Di Silvio, detto Cha cha.

    Il clan, dice il gup, è strutturato su base territoriale, a Campo Boario a Latina. Le famiglie di riferimento sono Di Silvio e Ciarelli, negli anni “specializzati in usura, estorsione, detenzione di armi e traffico di stupefacenti”.

    Il giudice passa poi a spiegare perché ha ritenuto il metodo utilizzato dal gruppo “mafioso” e li ha condannati a 5 mesi per l’associazione per delinquere di stampo mafioso.

    Ritorna indietro nel tempo delineando tutti quegli episodi che hanno creato il potere del gruppo criminale. Come ad esempio quello del pestaggio nelle stalle di via san Francesco a Latina, dove venivano anche custodite le armi, del giugno 2010 ai danni di due persone da parte di alcuni componenti della famiglia di silvio. Quello sarebbe secondo gli inquirenti “un’ulteriore prova di forza dei Ciarelli e dei Di Silvio. Quell’episodio, secondo il giudice, avrebbe “i tratti caratteristici del metodo mafioso”. “L’intimidazione mafiosa – dice il giudice – si esplica sia in azioni di violenza repressione che in azioni dimostrative di supremazia criminale, elementi questi indispensabili per controllare il territorio si cui la cosca dii insedia”.

    “La scelta di condurre la vittima presso le stalle di San Francesco a Latina, simbolicamente rappresentativa del territorio di appartenenza del gruppo criminale, e la ferocia dell’aggressione riservata” ad una delle vittime, “che aveva osato tardare i versamenti in denaro di cui era debitore per usura, sono entrambi aspetti che già connotano di mafiosità le condotte illecite contestate agli imputati”.

    “Con ciò – dice ancora il giudice – “si intende affermare che sin dalla sua costituzione il gruppo criminale dei Ciarelli e dei Di silvio era connotato dal carattere mafioso”.

    “Anche il ferimento alle gambe di Zof era un’azione punitiva e simbolica, necessitata perché si potesse mostrare all’esterno, alla cittadinanza di Latina, senza escludere gli ambienti criminali, la potenza e la supremazia del gruppo dei Di Silvio, capace di sparare a chi si oppone”.

    Il gup mette quindi in evidenza la forza della intimidazione, a cui consegue anche la condizione di assoggettamento e di omertà. Il tutto è ampiamente esplicitato, sempre secondo gli inquirento, nelle sentenze Caronte e Andromeda.

    Quello che secondo il giudice sarebbe “indubbiamemte di tipo mafioso” è il potere intimidatorio del clan Di Silvio. “Nelle diverse pronunce del Tribunale di Latina – si può leggere nelle motivazioni – emerge chiaramente l’omertà dei testimoni, i quali, in gran parte dei casi, preferivano ritrattare o rimanere in silenzio pur di non subire pericolose ritorsioni”. In alcuni casi era stato necessario l’accompagnamento coattivo dei testimoni per ottenere la loro presenza in udienza, pur essendo in quel contesto processuale persone offese.

    E’ in questo contesto che si inserisce anche la volontà della vittima di estorsione, Roberto Toselli, di smettere di collaborare: “Costui aveva legittimamente paura di subire agguati”. L’uomo aveva riferito anche di essere stato avvicinato in carcere da qualcuno che lo convinse a chiedere l’isolamento altrimenti sarebbe stato picchiato. Questo gettò il giovane in un grave stato di ansia che lo portò anche a tentare il suicidio. Iniziarono poi a collaborare Renato Pugliese e Agostino Riccardo, permettendo di raccogliere ancora maggiori elementi a carico degli imputati.