Provincia di Latina: in 6 anni -7% attività commerciali di vicinato con una perdita di ricchezza stimata di 87 mln di euro. La proposta di legge targata Confesercenti

Economia

di Ivan Simeone

i.simeone@virgilio.it

Mai come in questo periodo le dinamiche legate al commercio locale sono sotto i riflettori, tanto degli operatori economici quanto del mondo dell’informazione, con analisi e approfondimenti che si susseguono.

Nella nostra provincia di Latina, territorialmente ampia e diversificata, non mancano certamente i problemi legati alla cosiddetta desertificazione commerciale. Molti centri urbani “piangono”, mentre in numerose periferie si moltiplicano le serrande abbassate. È un fenomeno che si sta facendo sentire, e non poco.

Le Organizzazioni datoriali continuano ad accendere i riflettori sulla situazione, ma spesso sembra di parlare al vento. Forse il problema è proprio questo: si cerca di dialogare con chi non sente e non vive direttamente le difficoltà del settore.

La politica, invece, sembra guardare soprattutto alle grandi dinamiche economiche e alle realtà più complesse, trascurando troppo spesso la piccola bottega artigianale o la boutique sotto casa, salvo poi tornare a cercarle quando arriva il momento di chiedere il consenso elettorale.

Ma questo è solo un altro capitolo di quella che potrebbe essere una vera e propria “storia infinita”, degna di un film di Ende, anche se di fantastico, in questa vicenda, vi è ben poco.

Secondo Confesercenti, che sta raccogliendo firme per una legge di iniziativa popolare a sostegno del commercio di vicinato, dal titolo “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”, tra il 2019 e il 2025 sono state chiuse, a livello nazionale, oltre 111 mila attività del commercio al dettaglio.

Un dato che rappresenta una perdita economica significativa per il Paese e che produce conseguenze anche su un ampio sistema di indotto e sulle famiglie.

Nella provincia di Latina, secondo le stime di Confesercenti, in sei anni si è registrata una diminuzione del 7% delle attività commerciali al dettaglio: si è passati dalle 8.374 attività del 2019 alle 7.792 del 2025, con una perdita di ricchezza stimata in circa 87 milioni di euro.

Nella sola città di Latina la diminuzione è stata di circa il 4,8%, con una perdita di ricchezza stimata intorno ai 15 milioni di euro.

Sono dati importanti, soprattutto se consideriamo anche la perdita dei posti di lavoro. Sono fredde percentuali che, però, nascondono spesso veri e propri drammi familiari: attività storiche costrette a chiudere, lavoratori che devono cercare una nuova collocazione, sempre che l’età anagrafica lo permetta.

I tempi moderni guardano all’e-commerce come a una risposta inevitabile ai cambiamenti nelle abitudini di consumo, senza però considerare pienamente le conseguenze che questo fenomeno può avere sulle economie locali. Secondo i dati richiamati da Confesercenti, il 70% dell’importo speso online non ricade sul territorio, ma viene finanziariamente “delocalizzato”, determinando una perdita di ricchezza per le nostre comunità cittadine.

Meno negozi significa, quindi, meno ricchezza che rimane nelle nostre famiglie e nelle nostre città.

Sono concetti che vengono ormai quotidianamente evidenziati anche dal presidente nazionale di Confesercenti, Nino Gronchi.

“A subire la maggior perdita di ricchezza è il Centro, dove la quota di consumi uscita dal circuito dell’economia locale tra il 2019 e il 2025 è stimata in oltre 5,3 miliardi di euro. Seguono il Sud, con circa 4 miliardi, il Nord-Ovest con quasi 3,2 miliardi, il Nord-Est con circa 2,6 miliardi e le Isole con oltre 1,6 miliardi. A livello regionale è invece il Lazio a registrare l’impatto maggiore, con circa 3,2 miliardi di euro di spesa delle famiglie non più trattenuta dal circuito economico locale. Seguono la Lombardia, con oltre 1,7 miliardi, e la Campania, con circa 1,6 miliardi.”

Molte volte abbiamo sottolineato come l’attività commerciale sotto casa rappresenti una grande leva economica per famiglie e lavoratori, oltre a costituire un fondamentale presidio sociale delle nostre vie e dei nostri quartieri. Eppure, troppo spesso, la politica sembra non voler ascoltare. Si prende semplicemente atto di una situazione “che cambia”, senza valutarne fino in fondo le conseguenze. Certamente i processi di cambiamento non possono essere fermati, ma devono essere governati. È un obbligo morale della politica e delle nostre amministrazioni.

Gli strumenti reali e concreti esistono. È importante e significativa, in questo senso, l’azione di Confesercenti con la proposta di legge che intende presentare.

Serve una modifica della visione complessiva: l’e-commerce deve essere considerato una reale integrazione e non la sostituzione del classico “negozio”. Se gestito correttamente, infatti, l’e-commerce può rappresentare una grande opportunità anche per le attività tradizionali.

Le realtà amministrative locali devono fare la loro parte. Non ci sono più opzioni disponibili. La politica deve dare risposte concrete.

Noi, come Confesercenti, nelle numerose interlocuzioni avute con le amministrazioni, abbiamo più volte offerto pareri, riflessioni e possibili strade da percorrere. Nella maggior parte dei casi, però, abbiamo ricevuto il silenzio più profondo, fatta eccezione per qualche rara e significativa esperienza. Eppure le proposte non mancano: un piano del commercio, anche di area; misure di defiscalizzazione; un tavolo permanente di concertazione con le organizzazioni datoriali; una politica di sostegno al credito per le micro-attività; la promozione di marchi locali e reti di vicinato; interventi di riqualificazione urbana; itinerari turistici cittadini.

Si potrebbe continuare all’infinito.

Ma se non esiste una reale volontà politica di intervenire, tutto rischia di trasformarsi in un inutile spreco di tempo e di carta. Il commercio di vicinato non è soltanto una questione economica. È una parte della vita delle nostre città, un presidio sociale, un elemento di identità e di ricchezza collettiva. Perderlo significa impoverire il territorio.

E continuare semplicemente a prenderne atto non è più sufficiente.